Le PR, acronimo di Public Relations, sono un processo di comunicazione strategica attraverso cui un’organizzazione costruisce e gestisce relazioni con i propri pubblici e stakeholder. Non significano semplicemente “farsi conoscere”, ottenere articoli sui giornali o organizzare eventi: riguardano il rapporto continuativo tra un’organizzazione e le persone, i gruppi e le istituzioni che possono influenzarla o essere influenzati dalle sue attività.

La Public Relations Society of America mette al centro proprio la costruzione di relazioni reciprocamente vantaggiose tra organizzazioni e pubblici. Questa definizione sposta l’attenzione dalla semplice visibilità alla gestione strategica delle relazioni.

C’è anche una particolarità linguistica italiana. Nelle ricerche online e nel linguaggio comune è diffusissima l’espressione “pubbliche relazioni”, mentre nel lessico professionale italiano viene preferita la forma “relazioni pubbliche”. FERPI ha sostenuto questa terminologia e anche la classificazione professionale italiana è stata modificata in questa direzione.

In questa guida useremo entrambe le espressioni quando è utile alla comprensione, ma parleremo sempre della stessa disciplina: Public Relations o relazioni pubbliche.

Cosa significa PR e cosa sono le Public Relations

La sigla indica Public Relations. Nel contesto professionale italiano corrisponde alle relazioni pubbliche: l’insieme delle attività strategiche con cui un’organizzazione sviluppa, mantiene e gestisce rapporti con i propri pubblici rilevanti.

La parola decisiva, però, non è “public”. È relations.

Un’attività efficace non parte dalla domanda “come possiamo far parlare di noi?”, ma da questioni più profonde:

  • con quali soggetti dobbiamo costruire una relazione?
  • cosa si aspettano dall’organizzazione?
  • quali informazioni possediamo che per loro hanno un valore reale?
  • quali interessi possono convergere e quali possono entrare in conflitto?
  • cosa dovrebbe cambiare nella comprensione, nella fiducia o nel comportamento di questi pubblici?

È questa prospettiva che distingue le relazioni pubbliche da una semplice attività promozionale.

Perché “pubblici” non significa soltanto clienti

Uno degli errori più comuni consiste nel pensare che il pubblico coincida con i clienti.

I clienti possono certamente essere uno dei gruppi rilevanti, ma non sono gli unici.

A seconda dell’organizzazione possono entrare in gioco:

  • giornalisti e media;
  • dipendenti;
  • clienti e potenziali clienti;
  • investitori e azionisti;
  • istituzioni;
  • associazioni di categoria;
  • comunità locali;
  • partner commerciali;
  • fornitori;
  • creator e opinion leader;
  • organizzazioni non profit;
  • gruppi di interesse;
  • autorità e decisori pubblici.

PRSA descrive infatti la disciplina come un’attività che lavora con molteplici stakeholder e comprende aree che vanno dalle media relations alla comunicazione di crisi, dalla comunicazione interna ai public affairs.

Non esiste quindi un unico “pubblico”.

Una strategia utile parte dalla capacità di capire quali interlocutori contano per uno specifico obiettivo e perché.

La disciplina e il professionista: cosa cambia

In italiano la sigla viene utilizzata anche per indicare una persona che svolge attività di relazioni pubbliche. Il vocabolario Treccani registra esplicitamente anche questo uso.

Da qui nasce parte della confusione.

Nel linguaggio comune “il PR” può indicare il professionista della comunicazione, ma anche il promoter che lavora per locali o organizzatori di eventi. La disciplina delle Public Relations è molto più ampia.

Chi opera professionalmente in questo settore può occuparsi, per esempio, di:

  • strategia di comunicazione;
  • rapporti con i media;
  • reputazione;
  • comunicazione corporate;
  • gestione delle crisi;
  • stakeholder engagement;
  • public affairs;
  • comunicazione finanziaria;
  • eventi;
  • thought leadership;
  • influencer relations.

In questo articolo la sigla indica principalmente la disciplina, non una specifica figura professionale.

A cosa servono le relazioni pubbliche

Servono a creare condizioni favorevoli affinché un’organizzazione possa comprendere i propri pubblici, essere compresa e sviluppare relazioni più solide con loro.

Gli effetti ricercati possono essere diversi.

Un’azienda può aver bisogno di aumentare la propria notorietà. Un’organizzazione può voler spiegare una decisione complessa. Un’impresa B2B può voler diventare una fonte autorevole per giornalisti e analisti. Un ente può dover coinvolgere comunità e istituzioni. Un brand può trovarsi a gestire una crisi.

In tutti questi casi la comunicazione conta, ma il punto non è semplicemente produrre un messaggio.

Conta la relazione nella quale quel messaggio arriva.

Visibilità, credibilità, fiducia e reputazione

Le relazioni pubbliche possono contribuire alla brand awareness, perché articoli, eventi, interviste, citazioni e conversazioni espongono il brand a nuovi pubblici.

La notorietà, però, non coincide con la reputazione: essere conosciuti non significa automaticamente essere considerati credibili. È una distinzione che abbiamo approfondito parlando di brand awareness.

Una relazione ben costruita può contribuire anche alla credibilità.

Se un’impresa produce una ricerca utile e un giornalista la considera abbastanza solida da utilizzarla, il valore non deriva semplicemente dalla presenza del nome dell’azienda nell’articolo. Deriva dal fatto che un soggetto esterno ha ritenuto quell’informazione rilevante.

È diverso dall’acquistare uno spazio pubblicitario.

La reputazione, infine, è ancora più ampia. È il risultato accumulato di comportamenti, esperienze, comunicazione e giudizi di soggetti diversi. Per questo le attività di comunicazione e la brand reputation sono strettamente collegate, ma non sono sinonimi.

Cosa puoi influenzare e cosa non puoi controllare

Le relazioni pubbliche lavorano molto spesso in territori influenzabili ma non controllabili.

Puoi inviare informazioni accurate a un giornalista. Non puoi obbligarlo a pubblicarle.

Puoi proporre un’intervista. Non puoi garantire il taglio dell’articolo.

Puoi organizzare un evento e invitare stakeholder importanti. Non puoi imporre loro quale opinione dovranno formarsi.

Puoi rendere disponibili dati, fonti ed esperti. Non puoi trasformare automaticamente una tesi aziendale in una verità accettata dal pubblico.

Questo confine è fondamentale.

Nel glossario di PRSA, la publicity viene descritta come una modalità non controllata di ottenere esposizione attraverso i media: la fonte non acquista lo spazio e non può garantire se o come il materiale verrà utilizzato.

È uno dei motivi per cui definire tutto questo semplicemente “pubblicità gratuita” è fuorviante.

Relazioni pubbliche, marketing, advertising e media relations: le differenze

Queste discipline possono lavorare insieme, ma rispondono a problemi differenti.

DisciplinaObiettivo principaleLeva prevalenteControllo del messaggioEsempio
Relazioni pubblichecostruire e gestire rapporti con pubblici e stakeholderrelazioni, comunicazione, credibilitàparzialerapporto continuativo con media e stakeholder
Marketingcreare, comunicare e distribuire valore al mercatoprodotto, prezzo, distribuzione, comunicazionevariabilestrategia per acquisire e mantenere clienti
Advertisingottenere esposizione attraverso spazi acquistatipaid mediaelevato sul contenuto acquistatocampagna display, social o video
Media relationssviluppare rapporti con giornalisti e mediaearned mediabasso sul risultato editoriale finalepitch, intervista, comunicato
ORMmonitorare e gestire ciò che emerge sulla reputazione onlineascolto, valutazione e rispostadipende dalla superficiegestione di recensioni, menzioni e SERP branded

La distinzione non serve a creare compartimenti stagni. Serve a evitare strategie confuse.

Marketing e relazioni pubbliche non sono sinonimi

Marketing e comunicazione possono avere obiettivi comuni, per esempio aumentare la notorietà di un prodotto o rafforzare un posizionamento.

Il marketing, però, lavora sull’intero sistema con cui un’organizzazione crea e porta valore al mercato. Le Public Relations sono concentrate soprattutto sulla dimensione relazionale e comunicativa con i pubblici influenti.

Una campagna marketing può includere advertising, content marketing, email, SEO, eventi, promozioni e attività con i media.

Le due discipline possono quindi collaborare senza sovrapporsi completamente.

Quando tutte queste leve devono essere coordinate, entrano in una strategia di web marketing più ampia.

Pubblicità ed earned media funzionano diversamente

Nell’advertising compri uno spazio.

Paghi per mostrare un determinato contenuto a un determinato pubblico attraverso un canale che vende quella visibilità.

Una parte importante del lavoro di relazione con i media avviene invece negli earned media: visibilità ottenuta perché un giornalista, una testata, un creator o un altro soggetto considera la storia abbastanza rilevante da dedicarle attenzione.

Questo può aumentare la credibilità percepita, ma comporta anche meno controllo.

L’azienda non decide automaticamente:

  • il titolo;
  • quanto spazio riceverà;
  • quali elementi verranno evidenziati;
  • se la storia verrà pubblicata;
  • quale sarà il giudizio finale.

“Non abbiamo pagato quello spazio” non significa inoltre “quell’attività non è costata nulla”.

Ricerca, persone, consulenza, produzione dei materiali, monitoraggio, eventi, strumenti e tempo hanno un costo reale.

Earned media significa spazio non acquistato direttamente, non comunicazione senza costi.

Media relations e ufficio stampa sono solo una parte del lavoro

Le media relations riguardano specificamente i rapporti con giornalisti, redazioni, editori e altri soggetti del sistema informativo.

Comprendono attività come:

  • individuazione dei media rilevanti;
  • costruzione e aggiornamento delle media list;
  • pitch;
  • comunicati stampa;
  • organizzazione di interviste;
  • press briefing;
  • gestione delle richieste dei giornalisti;
  • preparazione dei portavoce;
  • fact sheet e press kit.

Sono molto importanti, ma non esauriscono le relazioni pubbliche.

Un’organizzazione può avere rapporti strategici anche con dipendenti, istituzioni, investitori, associazioni, comunità locali e altri stakeholder che non appartengono al mondo dei media.

Ridurre l’intera disciplina all’ufficio stampa significa quindi confondere il sistema con uno dei suoi strumenti.

Brand reputation e Online Reputation Management

Le attività relazionali possono contribuire alla reputazione perché aiutano l’organizzazione a comunicare in modo più credibile con soggetti rilevanti.

Ma la reputazione non può essere prodotta esclusivamente attraverso una campagna di comunicazione.

Se un prodotto è scadente, l’assistenza non funziona o l’azienda continua a comportarsi in modo incoerente con ciò che comunica, una buona relazione con i media può al massimo intervenire sul racconto del problema. Non elimina la causa.

La stessa distinzione vale per la reputazione online e l’Online Reputation Management: l’ORM monitora e gestisce ciò che emerge negli ambienti digitali, mentre le relazioni pubbliche lavorano più ampiamente sui rapporti con stakeholder e pubblici.

Le due discipline possono collaborare, soprattutto durante una crisi, ma non sono intercambiabili.

Quali attività rientrano nelle Public Relations

Non esiste una singola attività che definisce l’intera disciplina.

Il lavoro cambia in base a organizzazione, settore, obiettivo e pubblico.

Media relations e rapporti con giornalisti

È probabilmente l’area più conosciuta.

L’obiettivo non dovrebbe essere costruire una rubrica di indirizzi email a cui inviare qualsiasi comunicato.

La relazione funziona quando l’organizzazione impara a capire:

  • di cosa si occupa realmente il giornalista;
  • quali temi tratta la testata;
  • cosa costituisce una notizia;
  • quali informazioni servono per verificare una storia;
  • quale esperto può offrire un punto di vista utile;
  • quali dati sono abbastanza solidi da essere citati.

Un pitch efficace non parte quindi da “dobbiamo uscire sui giornali”.

Parte da una domanda più utile:

abbiamo qualcosa che può servire realmente al lavoro di questo giornalista e ai suoi lettori?

Se la risposta è no, inviare più email difficilmente migliorerà la situazione.

Comunicati, eventi, partnership e thought leadership

Il comunicato stampa resta uno strumento utile quando esiste qualcosa che merita davvero di essere comunicato.

Può riguardare:

  • un lancio;
  • un’acquisizione;
  • una nuova ricerca;
  • dati originali;
  • una nomina rilevante;
  • un cambiamento organizzativo;
  • un evento;
  • un accordo;
  • una posizione ufficiale.

Non tutto, però, merita un comunicato.

In molti casi una proposta di intervista, un briefing, un dato esclusivo, un contributo tecnico o una ricerca possono essere più utili.

Anche gli eventi hanno senso quando servono a creare relazioni significative, non semplicemente a riempire una sala.

Lo stesso vale per la thought leadership: l’obiettivo non è proclamare qualcuno “leader di pensiero”, ma fare in modo che quella persona produca nel tempo idee, analisi e contributi abbastanza solidi da essere riconosciuti come autorevoli.

Corporate, crisis, public affairs, internal e investor relations

La disciplina comprende specializzazioni molto diverse.

Le corporate relations lavorano sul rapporto complessivo tra organizzazione e stakeholder.

La crisis communication interviene quando un problema rischia di modificare significativamente la percezione o il rapporto con determinati pubblici.

I public affairs riguardano le relazioni con istituzioni, decisori e comunità interessate da temi pubblici o regolatori.

Le internal relations riguardano i rapporti con dipendenti e pubblici interni.

Le investor relations lavorano invece con investitori, analisti, azionisti e mercato finanziario.

Queste specializzazioni mostrano perché definire tutto semplicemente come “ottenere visibilità” sia troppo riduttivo.

Digital PR, social media e influencer relations

Internet ha moltiplicato i soggetti con cui un’organizzazione può costruire relazioni.

Accanto ai media tradizionali troviamo:

  • testate digitali;
  • newsletter;
  • podcast;
  • creator;
  • influencer;
  • community;
  • forum;
  • professionisti molto seguiti in nicchie specifiche;
  • piattaforme social.

Le Digital PR utilizzano questi ambienti per costruire rapporti, diffondere informazioni, ottenere citazioni, sviluppare autorevolezza e raggiungere pubblici specifici.

Non vanno però confuse automaticamente con influencer marketing o social media marketing.

Una collaborazione commerciale con un creator è più propriamente parte dell’influencer marketing. Una strategia editoriale per i canali social appartiene invece principalmente al social media marketing.

Nella pratica le discipline possono intersecarsi. La cosa importante è sapere quale obiettivo stai cercando di ottenere e quale relazione stai gestendo.

Come costruire una strategia di PR

Una strategia di PR non dovrebbe iniziare dal comunicato stampa.

E neppure dalla media list.

La parte più importante viene prima.

Definire obiettivi e stakeholder prima dei canali

La prima domanda è:

quale problema dobbiamo risolvere?

“Voglio più articoli” non è ancora un obiettivo strategico.

Bisogna capire perché quegli articoli dovrebbero servire.

Per esempio:

  • aumentare la conoscenza di un nuovo brand in uno specifico mercato;
  • modificare una percezione errata;
  • diventare una fonte autorevole su un tema;
  • far comprendere una tecnologia complessa;
  • migliorare le relazioni con una comunità;
  • sostenere l’ingresso in un nuovo settore;
  • ricostruire fiducia dopo una crisi.

Solo a quel punto ha senso mappare gli stakeholder.

Per ogni gruppo chiediti:

cosa sa oggi → cosa dovrebbe comprendere → quale relazione vogliamo costruire → quali prove possono sostenerla?

L’Integrated Evaluation Framework di AMEC parte proprio dalla necessità di collegare comunicazione, obiettivi, stakeholder, attività e misurazione.

Costruire messaggi, prove e una storia che meriti attenzione

Una strategia debole parte spesso da un messaggio che l’organizzazione vuole ripetere.

Una strategia migliore parte da ciò che può dimostrare.

Se un’azienda dice:

siamo innovativi

il messaggio ha poco valore da solo.

Se può mostrare una tecnologia originale, dati proprietari, una ricerca, un cambiamento verificabile nel mercato o un caso concreto, il racconto diventa più forte.

La gerarchia dovrebbe essere:

fatto → prova → significato → messaggio

e non:

messaggio → ricerca di qualcosa che lo renda credibile.

Una buona storia deve inoltre superare un test molto semplice:

perché dovrebbe interessare qualcuno che non lavora per la nostra azienda?

È la domanda che impedisce di trasformare la comunicazione in un flusso continuo di autocelebrazione.

Scegliere media, interlocutori e canali

Solo dopo obiettivi, stakeholder e messaggi ha senso decidere i canali.

Un quotidiano nazionale non è automaticamente migliore di una newsletter verticale.

Un grande influencer non è necessariamente più utile di dieci professionisti ascoltati da una nicchia estremamente rilevante.

Una conferenza può essere più efficace di cento email.

La scelta dipende dalla relazione che vuoi costruire.

Per ogni stakeholder valuta:

  • dove cerca informazioni;
  • di quali fonti si fida;
  • con quali formati interagisce;
  • quali soggetti influenzano la sua opinione;
  • quale contatto può avvenire in modo naturale.

Questa logica riduce la tentazione di inseguire soltanto la dimensione potenziale dell’audience.

Pianificare attività, responsabilità e tempi

Una strategia deve poi diventare eseguibile.

Per ogni attività servono almeno:

  • responsabile;
  • pubblico;
  • obiettivo;
  • messaggio;
  • materiale necessario;
  • canale;
  • data o finestra temporale;
  • eventuali approvazioni;
  • modalità di monitoraggio;
  • criterio di valutazione.

È particolarmente importante definire in anticipo chi può parlare per l’organizzazione.

La questione diventa critica durante una crisi, quando risposte improvvisate da persone diverse possono produrre contraddizioni e amplificare il problema.

Misurare, imparare e correggere

La misurazione non serve soltanto alla fine.

Se aspetti la conclusione della campagna per decidere cosa significa “successo”, puoi scegliere a posteriori la metrica che ti fa apparire meglio.

È più utile stabilire prima:

  • baseline;
  • obiettivo;
  • KPI;
  • fonti dei dati;
  • periodo di osservazione;
  • eventuali limiti di attribuzione.

Il processo diventa quindi:

obiettivo → attività → misura → interpretazione → correzione.

Come misurare i risultati senza fermarsi al numero di articoli

Contare quante volte un brand è apparso sui media può essere utile.

Ma non basta.

Dieci articoli possono non produrre alcun cambiamento rilevante. Un singolo approfondimento letto dalle persone giuste potrebbe invece essere molto importante.

L’Integrated Evaluation Framework di AMEC aiuta a distinguere diversi livelli di valutazione.

LivelloCosa misuraEsempiErrore da evitare
Outputciò che è stato prodotto e distribuitoarticoli, eventi, contenuti, coperturaconfonderlo con il risultato finale
Out-takeprima risposta del pubblicoattenzione, comprensione, ricordo, engagementassumere che esposizione significhi comprensione
Outcomecambiamento nel pubblicofiducia, preferenza, atteggiamento, intenzioneattribuire automaticamente ogni cambiamento alla comunicazione
Impactcontributo agli obiettivi dell’organizzazione o degli stakeholderrelazioni, reputazione, vendite, policy, cambiamento socialeignorare gli altri fattori che hanno contribuito

Il punto centrale è andare oltre i semplici conteggi e, quando i dati lo consentono, collegare l’attività agli outcome e all’impatto.

Percorso di misurazione dalle attività e output di comunicazione agli out-take, outcome e impatto
La copertura è un output: per valutare realmente una strategia occorre osservare anche risposta del pubblico, outcome e impatto.

Output, out-take, outcome e impatto

Immagina una campagna costruita intorno alla pubblicazione di una nuova ricerca aziendale.

Puoi misurare:

Output:
40 articoli pubblicati.

Out-take:
una parte del pubblico ricorda la ricerca o comprende meglio il problema affrontato.

Outcome:
aumenta la fiducia nell’organizzazione come fonte competente su quel tema.

Impact:
quella maggiore autorevolezza contribuisce a nuove relazioni commerciali, partnership o opportunità strategiche.

Passare dal primo all’ultimo livello rende però sempre più complesso isolare la causalità.

Un aumento delle vendite, per esempio, può dipendere contemporaneamente da advertising, pricing, distribuzione, stagionalità, prodotto, comunicazione e molti altri fattori.

Per questo una misurazione credibile deve distinguere contributo e attribuzione certa.

Quali KPI scegliere in base all’obiettivo

I KPI dovrebbero derivare dall’obiettivo, non dalla disponibilità del dato.

Se vuoi aumentare awareness, puoi osservare:

  • reach qualificata;
  • ricerche del brand;
  • recall;
  • awareness rilevata attraverso survey;
  • presenza presso pubblici specifici.

Se vuoi costruire autorevolezza:

  • qualità e pertinenza delle citazioni;
  • presenza come fonte;
  • inviti a intervenire;
  • richieste da giornalisti;
  • associazione del brand a determinati temi.

Se vuoi migliorare una relazione:

  • fiducia;
  • qualità delle interazioni;
  • disponibilità alla collaborazione;
  • advocacy;
  • feedback degli stakeholder.

Se stai gestendo una crisi:

  • comprensione dei fatti;
  • velocità e coerenza della risposta;
  • temi ricorrenti;
  • evoluzione delle conversazioni;
  • rapporto con i pubblici più esposti.

Non esiste quindi un set universale di KPI.

Perché impression e copertura da sole non dimostrano il valore

Le impression sono una misura potenziale di esposizione.

Non dimostrano automaticamente:

  • che qualcuno abbia letto il contenuto;
  • che lo abbia compreso;
  • che lo ricordi;
  • che abbia cambiato opinione;
  • che si fidi di più;
  • che abbia compiuto un’azione.

Usale quindi come segnali di output, non come verdetto finale.

Quando investire nelle relazioni pubbliche

Questa disciplina può essere molto efficace, ma non è la risposta automatica a qualsiasi problema di comunicazione.

Situazioni in cui possono creare valore

Hanno particolare senso quando:

  • possiedi competenze o dati che possono diventare una fonte utile;
  • stai entrando in un nuovo mercato;
  • devi spiegare un prodotto o un tema complesso;
  • vuoi costruire rapporti continuativi con media e stakeholder;
  • un dirigente può contribuire in modo credibile a un dibattito;
  • devi preparare l’organizzazione alla gestione di potenziali crisi;
  • vuoi aumentare autorevolezza oltre i canali proprietari;
  • hai bisogno di migliorare la qualità delle relazioni con pubblici specifici.

La parola chiave resta relazione.

Se l’unico obiettivo è comprare rapidamente visibilità garantita, probabilmente stai cercando advertising.

Quando visibilità e copertura non risolvono il problema reale

Esistono anche casi in cui una campagna di comunicazione dovrebbe aspettare.

Se il prodotto ha un problema grave, prima va corretto il prodotto.

Se decine di clienti segnalano la stessa criticità, prima va affrontata la causa.

Se i dati aziendali contraddicono ciò che vuoi comunicare, prima servono dati migliori o un comportamento diverso.

Se la leadership non è disponibile a rispondere in modo trasparente alle domande difficili, aumentare l’esposizione può perfino aumentare il rischio.

La regola che seguirei è:

prima rendi credibile la realtà, poi costruisci la comunicazione intorno a quella realtà.

Un buon lavoro relazionale non significa nascondere problemi.

Significa costruire rapporti sufficientemente solidi da poter comunicare anche quando la situazione non è semplice.

La dimensione etica non è quindi un accessorio. La Global Alliance for Public Relations and Communication Management collega esplicitamente la professione a principi come integrità, trasparenza, accuratezza e responsabilità.

Domande frequenti

PR cosa significa?

PR è l’acronimo inglese di Public Relations. Indica la disciplina che costruisce e gestisce relazioni strategiche tra un’organizzazione e i suoi pubblici o stakeholder.

Public Relations e relazioni pubbliche sono la stessa cosa?

Sì. La seconda è la forma italiana utilizzata per indicare la stessa disciplina.

Si dice relazioni pubbliche o pubbliche relazioni?

Entrambe le forme sono comprese e “pubbliche relazioni” è molto diffusa nel linguaggio comune. Nel lessico professionale italiano viene però preferita relazioni pubbliche.

Che differenza c’è tra PR e pubblicità?

La pubblicità acquista uno spazio e permette all’inserzionista di controllare direttamente il messaggio pubblicato. Nelle relazioni pubbliche una parte rilevante della visibilità passa invece attraverso rapporti ed earned media: l’organizzazione può fornire informazioni e proporre storie, ma non controlla completamente se e come verranno pubblicate.

Media relations e PR sono la stessa cosa?

No. Le media relations sono una specializzazione dedicata ai rapporti con giornalisti, redazioni e media. La disciplina comprende anche stakeholder come dipendenti, istituzioni, investitori, comunità, partner e altri pubblici.

Cosa fa un PR?

Dipende dal ruolo. Un professionista può occuparsi di strategia, media relations, comunicazione corporate, crisis communication, eventi, public affairs, reputazione, rapporti con stakeholder, influencer relations e altre attività di comunicazione.

Le PR sono pubblicità gratuita?

No. La copertura earned non viene acquistata come uno spazio pubblicitario, ma il lavoro richiede comunque persone, tempo, ricerca, strumenti, produzione, relazioni e spesso consulenza. Inoltre il brand non controlla completamente il risultato editoriale.

Conclusione

Le PR non servono semplicemente a far parlare di un brand. Servono a costruire e gestire relazioni con i pubblici che possono incidere sul suo percorso.

Media relations, comunicati, eventi, crisis communication, Digital PR e influencer relations sono strumenti o specializzazioni. Il centro della disciplina resta un altro:

capire quali relazioni sono importanti, creare qualcosa di credibile da comunicare e misurare se quelle relazioni stanno realmente cambiando.

Se devi scegliere da dove partire, non chiederti subito quale giornale contattare o quale comunicato inviare.

Parti da tre domande:

con chi dobbiamo costruire una relazione?

per quale motivo quella relazione dovrebbe avere valore per entrambe le parti?

quale risultato concreto ci dirà che la strategia ha funzionato?

Se non hai ancora una risposta, è lì che inizia il lavoro.