Il Google August Spam Update 2026 è terminato il 21 agosto, ma la parte più interessante è iniziata dopo: capire che cosa sia realmente successo ai siti colpiti.
Nei primi giorni avevamo soprattutto due informazioni solide. Google aveva confermato un aggiornamento globale dei sistemi antispam e alcuni tracker mostravano movimenti molto superiori alla normalità. Mancava però il passaggio decisivo: osservare quali caratteristiche avessero le pagine e i domini che avevano perso visibilità.
Ora abbiamo qualcosa in più. Sono stati pubblicati case study dettagliati su siti con centinaia di migliaia o milioni di URL, insieme a dataset che mostrano quanto sia stato forte — ma non uniforme — il movimento nelle SERP.
Questo permette di restringere il campo, senza fare il salto sbagliato da “pattern osservato” a “Google ha confermato il target”.
Se devi prima capire che cos’è l’August Spam Update, quando è iniziato, come diagnosticare un calo e cosa controllare in Search Console, trovi il quadro completo nella nostra guida al Google August Spam Update. Qui ci concentriamo invece sui risultati emersi dopo il rollout.
August Spam Update 2026: cosa è confermato da Google
Partiamo dal terreno più solido.
Il Google Search Status Dashboard registra l’August 2026 Spam Update come aggiornamento di ranking iniziato il 18 agosto 2026 e completato dopo 2 giorni e 16 ore, il 21 agosto.
Google non ha però pubblicato una nuova spam policy associata specificamente all’update e non ha indicato una tattica precisa come bersaglio.
Questo è il primo limite da mantenere per tutta l’analisi:
GOOGLE_CONFIRMED: Google ha aggiornato i propri sistemi automatici di rilevamento dello spam.
NON GOOGLE_CONFIRMED: Google non ha detto che l’update fosse “l’update contro l’AI”, “contro il programmatic SEO” o “contro i siti affiliati”.
La documentazione Google sugli spam update spiega infatti che i sistemi di rilevamento dello spam, incluso SpamBrain, funzionano continuamente e vengono periodicamente migliorati per individuare nuove forme o variazioni dello spam.
Quello che possiamo fare, quindi, è confrontare le policy già esistenti con ciò che è stato osservato nei siti colpiti.
Quanto è stato forte l’August Spam Update
Uno dei primi segnali quantitativi importanti è arrivato dall’analisi di SE Ranking, riportata da Search Engine Land, basata sul confronto di 100.000 keyword in 20 settori.
Il dato più evidente riguarda URL che prima dell’update erano nella Top 10 e che, dopo il rollout, non comparivano più nelle prime 100 posizioni per la stessa query.
Durante la finestra dell’update la quota è arrivata al 16,71%, contro il 9,2% della baseline utilizzata per una settimana senza update confermati.
In termini relativi significa un aumento di circa 82% delle uscite dalla Top 100.
È un movimento molto forte. Ma occorre leggerlo correttamente.
Un rank tracker che non trova più una pagina nelle prime 100 posizioni non ci dice automaticamente se quella pagina:
- è scesa alla posizione 101;
- è precipitata molto più in basso;
- è stata deindicizzata;
- è stata sostituita per ragioni direttamente legate allo spam update;
- ha perso posizione per un altro fattore avvenuto nella stessa finestra.
Il dataset misura quindi l’intensità del movimento, non la causa.
Questa distinzione diventa ancora più importante guardando studi più piccoli.
L’impatto non è stato uniforme tra siti e settori
Un’analisi indipendente di iSocialWeb condotta su otto progetti e 1.357 keyword in Spagna ha restituito un quadro più sfumato.
La quantità complessiva di keyword in movimento è rimasta vicina alla normale volatilità del campione, mentre le keyword che hanno perso una posizione Top 10 sono passate dal 5,6% al 10,8%.
La parte più interessante è però la distribuzione: la maggioranza dei progetti analizzati non mostrava un comportamento eccezionale. Gran parte del delta era concentrata in un unico progetto del settore eventi.
Questo non contraddice necessariamente SE Ranking. I due studi utilizzano mercati, dimensioni del campione, settori e limiti di tracking differenti.
Mostrano però qualcosa di utile: un update molto forte a livello aggregato può produrre effetti estremamente diversi da dominio a dominio.
Per questo una perdita di traffico avvenuta tra il 18 e il 21 agosto non basta, da sola, per classificare un sito come vittima dell’August Spam Update.
I primi quattro case study dei siti colpiti
Il passaggio più interessante è arrivato il 31 agosto, quando Glenn Gabe ha pubblicato quattro case study sull’August 2026 Google Spam Update relativi a domini che hanno subito forti perdite coincidenti con il rollout.
Sono casi anonimizzati e non costituiscono uno studio statistico dell’intero web. Ma, a differenza dei semplici grafici di volatilità, permettono di guardare dentro i siti.
Il pattern diventa quindi più informativo.
Caso 1: programmatic content e AI in un settore YMYL
Il primo sito opera in un ambito fortemente YMYL.
Secondo l’analisi di Gabe, il dominio utilizzava una produzione programmatica molto estesa, distribuita anche su più mercati nazionali, combinata con porzioni di contenuto generate tramite AI.
Il sito avrebbe perso ranking per oltre 200.000 query.
Qui è facile cadere nella conclusione “AI = penalizzazione”, ma il caso non permette di sostenerla.
Le variabili presenti contemporaneamente sono almeno tre:
scala molto elevata, produzione programmatica e contenuti AI in un contesto YMYL.
Non sappiamo quale componente abbia inciso maggiormente né se sia stata una singola componente a determinare il calo.
Caso 2: thin affiliate costruito programmaticamente
Il secondo esempio è probabilmente ancora più chiaro.
Il sito utilizzava dati Amazon per generare automaticamente categorie e pagine prodotto, rimandando poi gli utenti ad Amazon tramite link affiliati. Gabe descrive molte pagine come estremamente sottili e prive di un contributo editoriale sostanziale.
Il dominio avrebbe perso oltre 14.000 query.
Qui esiste un collegamento evidente con una policy già documentata da Google: la thin affiliation.
Le spam policy di Google distinguono infatti i normali siti affiliati dai progetti che ripubblicano descrizioni o materiali del merchant senza aggiungere contenuto originale o valore reale.
Questo caso è quindi più interessante della semplice presenza dell’AI: il problema potenziale è l’assenza di un vero motivo per cui quelle pagine dovrebbero esistere indipendentemente dalla possibilità di intercettare query commerciali.
Caso 3: oltre 1,5 milioni di URL e poco valore autonomo
Il terzo dominio analizzato supera 1,5 milioni di URL indicizzati.
Secondo Gabe, circa l’85% dell’indice apparteneva alla sezione programmatica del sito. Molte pagine presentavano una foto e informazioni reperibili facilmente altrove, accompagnate da una UX problematica e pubblicità molto aggressiva.
Questo è un caso particolarmente utile perché mostra che programmatic non significa automaticamente “senza persone”.
Il sito conteneva anche una componente UGC apparentemente legittima.
Il problema osservato era piuttosto la proporzione: la grandissima maggioranza delle URL indicizzate proveniva da una sezione scalata con poco valore aggiunto.
Il calo ha inoltre interessato più sezioni del dominio, non soltanto le pagine programmatiche.
Anche qui non abbiamo una dichiarazione Google che confermi la causa. Ma il caso rende più concreta una domanda che dovrebbe entrare in qualunque audit post-update:
quale percentuale dell’indice è composta da pagine che hanno un valore sufficiente a giustificare la loro esistenza individuale?
È una domanda molto più utile di “hai usato l’AI?”.
Caso 4: oltre 250.000 URL e funzionalità fuorvianti
Il quarto caso è quello con i segnali più aggressivi.
Il sito aveva superato 250.000 URL, molte delle quali create per intercettare query specifiche. Quando gli utenti provavano a utilizzare alcune delle funzionalità centrali della pagina, venivano reindirizzati verso altri siti problematici.
Il dominio avrebbe perso o peggiorato ranking per quasi 25.000 query.
Questo scenario non riguarda soltanto scaled content.
Google include nelle proprie spam policy anche la misleading functionality, cioè pagine che promettono una funzione o un servizio ma portano l’utente verso qualcosa di differente o ingannevole.
Di conseguenza sarebbe scorretto inserire questo dominio nel semplice gruppo “siti programmatici penalizzati”.
Potrebbero esserci più violazioni contemporaneamente.
Il pattern più interessante è lo scaled content, non l’AI in sé
Mettendo insieme i quattro casi, emerge una caratteristica che ricorre più frequentemente della semplice presenza dell’intelligenza artificiale:
produzione su scala con pagine che aggiungono poco valore autonomo.
Questo è molto vicino alla definizione ufficiale di scaled content abuse.

Google descrive l’abuso di contenuti su larga scala come la creazione di molte pagine principalmente per manipolare il ranking anziché aiutare gli utenti. La policy specifica inoltre che il metodo produttivo non è il punto centrale: può coinvolgere AI generativa, scraping, trasformazioni automatiche, combinazione di fonti oppure altri sistemi.
Questa distinzione cambia completamente la diagnosi.
| Osservazione | Cosa possiamo concludere |
|---|---|
| Alcuni siti colpiti usavano AI | Non prova che Google abbia colpito l’AI |
| Diversi casi erano fortemente programmatici | Pattern interessante, ma ancora osservazionale |
| Molte pagine avevano scarso valore autonomo | Compatibile con scaled content abuse |
| Un sito era thin affiliate | Compatibile con una spam policy esistente |
| Un sito mostrava funzionalità fuorvianti | Potrebbero essere coinvolte più policy |
| Google non ha indicato un target specifico | Nessuna delle ipotesi può essere definita ufficialmente confermata |
Il punto non è quindi scegliere una nuova etichetta — “AI spam” al posto di “content farm” — ma verificare il meccanismo editoriale che produce le pagine.
Programmatic SEO non significa automaticamente spam
C’è un’altra semplificazione da evitare.
Il fatto che diversi casi abbiano una forte componente programmatica non significa che il programmatic SEO sia una violazione delle spam policy.
Programmatic indica un metodo di produzione.
Lo stesso approccio può servire a costruire pagine estremamente utili quando ogni URL risolve un bisogno reale con dati, funzionalità, inventario o informazioni che non sarebbero praticabili manualmente.
Diventa rischioso quando la logica si inverte:
esiste una query → generiamo una pagina
senza verificare se quella pagina abbia abbastanza informazione, utilità o differenziazione per meritare un URL autonomo.
In un audit post-August Spam Update controllerei quindi soprattutto:
- quante URL sono state generate automaticamente;
- quante hanno un contenuto sostanzialmente intercambiabile;
- quanto del valore dipende da dati copiati o facilmente reperibili altrove;
- se ogni pagina soddisfa un bisogno autonomo;
- se esistono migliaia di combinazioni create principalmente perché esiste una keyword;
- se l’indice è cresciuto molto più rapidamente della capacità editoriale di garantire qualità.
Il numero assoluto di URL, da solo, non è una violazione.
Un sito da un milione di pagine può essere perfettamente legittimo. Un sito da 5.000 pagine può avere scaled content abuse.
Conta perché quelle pagine esistono e che cosa aggiungono.
Il 7 settembre John Mueller ha aggiunto un chiarimento particolarmente rilevante sul programmatic SEO. Parlando di un sito costruito attraverso grandi quantità di combinazioni automatiche di domini, tecnologie e attributi, ha spiegato che questo tipo di approccio può produrre molte pagine con un valore individuale limitato e, nel complesso, un sito poco utile per gli utenti.
Mueller ha osservato che un programmatic SEO di questo tipo può portare un sito verso spam, borderline spam o bassa qualità e che i sistemi Google possono arrivare a perdere fiducia nella capacità del dominio di offrire valore. Recuperare da una situazione del genere può richiedere tempo e un lavoro significativo.
Questo non significa che Google abbia confermato il programmatic SEO come target dell’August Spam Update. La dichiarazione riguarda un principio generale di qualità e spam. Rafforza però il motivo per cui, nei case study post-update, la combinazione tra produzione su larga scala e scarso valore autonomo merita particolare attenzione.
AI content: cosa mostrano davvero questi risultati
I primi case study non sostengono la tesi secondo cui Google avrebbe lanciato un aggiornamento “contro i contenuti AI”.
L’AI compare in alcuni dei casi, ma non è necessaria per spiegare gli altri.
Questa osservazione è coerente anche con la formulazione delle spam policy: Google cita esplicitamente gli strumenti generativi come uno dei modi possibili per creare scaled content, ma definisce l’abuso attraverso finalità, scala e mancanza di valore, non attraverso la tecnologia utilizzata.
Per un sito editoriale il controllo corretto non è quindi:
“Questo testo è stato scritto con AI?”
ma:
“Se elimino il vantaggio di poter produrre questa pagina velocemente, rimane un motivo sufficiente perché un utente la trovi nei risultati?”
È una soglia molto più severa — e molto più utile.
GOOGLE_CONFIRMED, THIRD_PARTY_OBSERVED, CORRELATION e HYPOTHESIS
A questo punto possiamo ordinare le evidenze senza mescolarle.

GOOGLE_CONFIRMED
Google non ha annunciato un nuovo spam update dopo quello concluso il 21 agosto. Dall’8 settembre, però, le SERP europee sono interessate anche da modifiche strutturali legate al DMA, che devono essere considerate separatamente quando si interpretano ranking, CTR e traffico post-update.
Google ha confermato:
- rollout iniziato il 18 agosto 2026;
- completamento il 21 agosto;
- durata di 2 giorni e 16 ore;
- applicazione globale;
- aggiornamento dei sistemi automatici antispam.
Google non ha confermato un nuovo target specifico.
THIRD_PARTY_OBSERVED
Le analisi indipendenti mostrano:
- forte aumento delle uscite dalla Top 100 nel dataset SE Ranking;
- impatto non omogeneo nei campioni più piccoli;
- quattro casi documentati con produzione scalata/programmatica, thin affiliation, scarso valore autonomo, AI content e funzionalità problematiche in combinazioni differenti;
- il 9 settembre, Kaspar Szymanski, ex membro del Google Search Quality team, ha segnalato una contemporanea attività di manual spam actions e casi di publisher apparentemente interessati sia da azioni manuali sia da perdite di visibilità coincidenti con l’update;
- tra il 3 e il 4 settembre sono stati osservati forti movimenti di ranking non confermati da Google; il 13 settembre alcuni siti coinvolti hanno mostrato recuperi molto marcati, in alcuni casi quasi completi. Il 15 settembre è emersa una nuova ondata di volatilità, inizialmente soprattutto nel chatter della community SEO e solo parzialmente nei tracker, che al momento della rilevazione non mostravano ancora un segnale uniforme.
Sono osservazioni utili, non dichiarazioni Google.
CORRELATION
I siti descritti hanno perso visibilità durante la finestra dell’update e presentavano caratteristiche compatibili con alcune spam policy.
La coincidenza temporale e strutturale rende ragionevole investigarle, ma non dimostra quale classificatore abbia prodotto il calo.
Lo stesso principio vale per i movimenti osservati tra il 3 e il 4 settembre e per i reversal registrati il 13 settembre: la vicinanza temporale con l’August Spam Update non dimostra che si tratti dello stesso sistema, di un refresh dello spam update o di una sua successiva correzione. Google non ha attribuito ufficialmente questi movimenti all’aggiornamento di agosto.
HYPOTHESIS
L’ipotesi oggi più interessante è che almeno una parte degli impatti abbia riguardato siti con:
produzione molto scalata + basso valore autonomo + logica principalmente search-first, talvolta accompagnata da AI, scraping, thin affiliation o altri comportamenti problematici.
È un’ipotesi molto più circoscritta rispetto a “Google penalizza l’AI”, ma rimane un’ipotesi.
Cosa controllare se il sito ha perso visibilità
La cosa peggiore dopo uno spam update è modificare il sito per inseguire il pattern più discusso sui social.
Prima bisogna dimostrare che il calo sia reale e compatibile con la finestra temporale.
Poi passerei dall’effetto alle possibili cause.
In Search Console controllerei innanzitutto se il calo riguarda:
- intero dominio o directory specifiche;
- un tipo di template;
- un gruppo di query;
- pagine generate programmaticamente;
- sezioni affiliate;
- pagine con contenuto copiato o aggregato;
- URL che offrono poco più di informazioni presenti altrove.
A quel punto confronterei perdenti e pagine rimaste stabili.
Questo passaggio è essenziale.
Se tutte le pagine programmatiche hanno perso, il segnale è molto diverso da uno scenario in cui metà delle pagine programmatiche cresce e metà scende. Nel secondo caso bisogna scoprire cosa distingue i due gruppi.
Il nome dell’update non sostituisce questa analisi.
C’è poi un controllo distinto da fare in Google Search Console > Sicurezza e azioni manuali > Azioni manuali: verificare se Google abbia notificato una vera manual action. Un calo prodotto dai sistemi automatici antispam e un’azione manuale sono eventi differenti e richiedono procedure di recovery diverse.
Il 9 settembre Kaspar Szymanski, ex membro del Google Search Quality team, ha segnalato che parallelamente all’August Spam Update sono state osservate anche manual spam actions e che alcuni publisher sembrano essere stati interessati da entrambi i fenomeni. È però THIRD_PARTY_OBSERVED, non una conferma Google: non sappiamo se le azioni manuali osservate abbiano una relazione causale con l’update.
La distinzione ha una conseguenza pratica importante: un calo algoritmico non genera una manual action in Search Console e non richiede una richiesta di reconsideration; una vera azione manuale viene invece notificata esplicitamente e va risolta secondo la violazione indicata da Google.
Attenzione ai dati europei successivi all’8 settembre 2026. Da questa data Google ha introdotto modifiche sostanziali alla struttura delle SERP nell’Unione Europea per adeguarsi al Digital Markets Act. Questi cambiamenti sono separati dall’August Spam Update e possono modificare visibilità organica, CTR e distribuzione dei clic, soprattutto in verticali come travel, hospitality, ristorazione, shopping e servizi di comparazione.
Per questo, se un sito europeo mostra nuove variazioni dopo l’8 settembre, non è corretto attribuirle automaticamente allo spam update concluso il 21 agosto. Anche la fase immediatamente precedente richiede però cautela: tra il 3 e il 4 settembre sono stati osservati forti movimenti di ranking non confermati da Google e il 13 settembre alcuni siti coinvolti hanno mostrato recuperi molto marcati, in alcuni casi quasi completi.
Nell’analisi conviene quindi distinguere almeno cinque finestre temporali: il periodo pre-update, il rollout dal 18 al 21 agosto, il periodo post-rollout dal 22 agosto al 2 settembre, il movimento non confermato iniziato tra il 3 e il 4 settembre e il periodo dall’8 settembre in avanti, quando per i siti europei entra in gioco anche il cambiamento delle SERP legato al DMA. I movimenti osservati il 13 settembre vanno verificati separatamente come possibile reversal del fenomeno di inizio mese, senza attribuirli automaticamente all’August Spam Update.
Dal 15 settembre è inoltre emersa una nuova fase di volatilità non confermata da Google. È ancora troppo presto per stabilire se rappresenti la prosecuzione del movimento precedente o un fenomeno distinto: eventuali variazioni iniziate da questa data vanno quindi isolate dalle finestre precedenti e non attribuite automaticamente allo spam update di agosto.
Da questa stessa fase va considerato anche un limite metodologico: dal **16 settembre** alcuni rank tracker hanno segnalato difficoltà o rallentamenti nella raccolta delle SERP dovuti a modifiche introdotte da Google contro l’accesso automatizzato. Per diagnosticare un singolo sito, i dati first-party di Search Console diventano quindi ancora più importanti rispetto alla sola convergenza dei volatility tool.
Cosa non fare dopo l’August Spam Update
Non eliminerei contenuti solo perché sono stati creati con AI.
Non bloccherei indiscriminatamente migliaia di URL solo perché appartengono a un template programmatico.
Non inizierei un disavow semplicemente perché l’update contiene la parola “spam”.
Non invierei nemmeno una richiesta di reconsideration se Search Console non mostra una vera azione manuale: le reconsideration request riguardano le manual actions, non un calo algoritmico coincidente con uno spam update.
E soprattutto non riscriverei pagine che stanno continuando a performare soltanto per renderle apparentemente più “umane”.
Lo stesso Google indirizza i siti colpiti verso una revisione delle spam policy, non verso una checklist tecnica universale valida per qualsiasi calo.
Se trovi una reale violazione, la correzione deve essere strutturale: rimuovere il meccanismo che genera contenuti problematici, non mascherarlo con qualche paragrafo aggiuntivo.
È possibile recuperare da uno spam update?
Sì, ma non aspettarti necessariamente un recupero immediato dopo la correzione.
La documentazione Google sugli spam update spiega che un sito può migliorare quando i sistemi automatici rilevano per un periodo sufficientemente lungo che è nuovamente conforme alle spam policy.
John Mueller ha ribadito a settembre 2026 che, quando una perdita di visibilità coincide con un aggiornamento algoritmico importante come uno spam update, le correzioni non producono necessariamente effetti immediati: in alcuni casi Google può impiegare molti mesi prima che i cambiamenti vengano riflessi nei risultati. Questo rende ancora più importante evitare interventi impulsivi e distinguere problemi strutturali, tecnici e di policy da semplici coincidenze temporali.
Questo cambia anche il modo in cui va misurata una remediation.
Non basta:
correggo oggi → controllo ranking domani.
Serve verificare nel tempo:
problema identificato → causa rimossa → indice ripulito → recrawl → stabilizzazione → rivalutazione algoritmica.
E nel frattempo bisogna evitare di ricreare lo stesso problema tramite altri template, directory o processi editoriali.
Conclusione
Dopo il rollout dell’August Spam Update abbiamo finalmente più informazioni di quante ne avessimo il 21 agosto, ma non abbastanza per trasformare i primi pattern in una spiegazione ufficiale dell’algoritmo.
La parte più solida è questa: l’update ha coinciso con movimenti molto forti nelle SERP e alcuni dei domini colpiti analizzati nel dettaglio mostrano produzione su grande scala, programmatic content, scarso valore autonomo, thin affiliation o altre caratteristiche compatibili con le spam policy di Google.
Il pattern che merita più attenzione oggi è quindi lo scaled content abuse, non l’uso dell’AI in quanto tale.
Ma la distinzione resta fondamentale: è un pattern osservato, non un target dichiarato da Google.
Se il tuo sito ha perso visibilità, il prossimo passo non è chiederti se hai usato AI o programmatic SEO. È capire quali URL sono scesi, che cosa avevano in comune e se il processo che li ha prodotti crea pagine per aiutare realmente l’utente oppure soprattutto perché esistono query da intercettare.
È lì che comincia una diagnosi seria.